2. Il manoscritto ASDBg 219
Archivio, segnatura, datazione
Il testimone fondamentale di questa edizione è il manoscritto ASDBg 219, comunemente identificato come Copia Capitolare, conservato presso l’Archivio Capitolare di Bergamo. Gli studi pregressi collocano la stesura del testo tra il 1430 e il 1440, facendone il più antico dei dodici documenti latini censiti relativi alla leggenda di Carlo Magno in area lombarda.
| Campo | Valore |
|---|---|
| Sede | Archivio Capitolare di Bergamo |
| Segnatura | ASDBg 219 |
| Supporto | cartaceo |
| Forma | manoscritto |
| Datazione | 1430–1440 (stimata) |
| Dimensioni | 308 × 212 mm |
| Lingua | latino con influenze del volgare |
Analisi materiale
Il foglio cartaceo presenta una struttura interrotta da quattro solchi, derivanti probabilmente da una conservazione del documento piegato in quattro e ulteriormente a metà. Questa disposizione ha generato due assi principali — in corrispondenza dei quali si rilevano i danni più significativi — e ulteriori solchi mediani nella metà superiore e inferiore.
In corrispondenza dell’incrocio degli assi si rileva un foro centrale di origine meccanica, accompagnato da altri piccoli fori distribuiti lungo le linee di tensione della carta. Lo stato di conservazione è compromesso da interventi di restauro rudimentali: un tentativo di consolidamento mediante l’applicazione di nastro adesivo lungo le pieghe, denotante una scarsa attenzione conservativa. Sulla carta 31r il nastro, largo circa 2 cm, unisce le due parti del foglio dal margine sinistro al destro; sulla carta 31v il nastro si estende dal margine superiore a quello inferiore. L’applicazione del materiale adesivo ha lasciato una patina gialla persistente, dovuta all’ossidazione della vecchia colla.
Sebbene un’analisi accurata permetta di leggere gran parte del testo sottostante, rimangono alcune eccezioni in punti dove la carta risulta lacerata o dove la reazione chimica dell’adesivo ha reso il supporto opaco.
La grafia
Una prima ricognizione paleografica colloca la datazione del manoscritto all’inizio del XV secolo, in modo coerente con la grafia che vi si riscontra: caratteri che richiamano la fine del secolo precedente e risentono in parte dei moduli gotici, ma dai quali si inizia a respirare già l’aria dell’Umanesimo. Si tratta di una scrittura transizionale, con elementi della tradizione gotica documentaria del periodo maturo che convivono con anticipazioni umanistiche, attribuibile probabilmente a una mano di ambiente notarile-ecclesiastico a cavallo tra XIV e XV secolo. Le linee tracciate e l’esecuzione attenta indicano un copista di buona competenza professionale.
La lingua
Il testo è scritto in un latino che risente vistosamente dell’influenza del volgare parlato. La struttura risulta fortemente paratattica, con una semplificazione delle subordinate e un uso frequente di congiunzioni ripetute. L’onomastica testimonia il transito linguistico in atto: Sandrum per Alexandrum, Yesen per Esine, Adavena per Davena, Amon per Monno, e neoformazioni come Lamindexiu (signore giudeo di Monno).
Lo stile combina una sintassi elementare a un lessico documentario notarile, che si manifesta in particolare nell’uso anaforico di predictus e prefatus come marcatori coesivi:
Et predictus Carolus venit ad portum …Blaxie et ibi erat unus castelanus qui nominabatur Iudeus qui nolebat credere fidey Catholice et Carolus certavit secum et destruxit ipsum. Et ibi hedificari fecit unam cellam ad honorem Sancti Stefani, et predicti septem episcopi concesserunt quatraginta dies indulgientie pro singulo singula die et prefatus pontifex urbanus concessit omni die dominicha LXXa dies indulgientie.
È una lingua che possiede la dignità necessaria per redigere un privilegium — l’incipit recita Hec est copia privelegii Sancti Stefani de Randena — ma è sufficientemente intrisa di volgare da risultare comprensibile e vicina alla realtà geografica e culturale dei fedeli della Valle Camonica nel Quattrocento.
Una funzione performativa
Le sequenze ripetitive di battaglia, fondazione e indulgenza non sono semplici espedienti narrativi: sono atti illocutori. Nella prospettiva della pragmatica del testo, la scrittura ha funzione performativa: ogni tappa del viaggio di Carlo istituisce una realtà giuridica. Il manoscritto, dunque, non è solo il contenitore di una memoria, ma lo strumento che attualizza il diritto: la parola scritta fa fede e trasforma l’evento leggendario in un titolo di possesso spirituale (l’indulgenza) e temporale (la fondazione).
Questa duplice funzione — memoriale e dispositiva — spiega la straordinaria fortuna del testo. Esso fu copiato, esposto pubblicamente negli edifici sacri citati nel racconto (Rizzi [Anno da verificare]), tradotto in volgare, affrescato sulle pareti di chiese in Valcamonica e in Val Rendena, e citato da una lunga catena di storici ed eruditi locali dal Cinquecento all’Ottocento.
L’enigmatico 429
Il testo si chiude con una datazione cronologica che ha generato secoli di discussione:
Sub anno domini CCCCXXVIIII° hec omnia gesta fuerunt.
L’anno 429 è cronologicamente incompatibile con la biografia di Carlo Magno (742–814). Già nel Seicento Mariani (Mariani 1673) aveva notato l’incongruenza, attribuendola a una svista del pittore dell’affresco di Carisolo. Brunelli (Brunelli 1698) aveva ripreso questa tesi. L’analisi del manoscritto ASDBg 219 sposta tuttavia la responsabilità dell’errore a un livello più profondo: la data 429 compare già nella Copia Capitolare, antecedente all’affresco, dunque l’errore era già nell’antigrafo utilizzato dal pittore.
Tre ipotesi concorrono a spiegare l’anomalia:
Lapsus grafico del notaio Bolbeno: secondo Medolago, la lezione millesimo CCCCXXVIIII (1429) attestata nelle copie del notaio Graziadeo da Bolbeno è da ricondurre a un errore di scrittura per assimilazione al modello 14[–] tipico delle datazioni quattrocentesche (Medolago [Anno da verificare]).
Corruzione paleografica: la sequenza CCCCXXVIIII (429) potrebbe essere la deformazione di DCCLXXVIIII (779), DCCLXXXVII (787) o DCCLXXVI (776). È sufficiente che un copista abbia confuso una D con una C o abbia omesso alcuni tratti delle decine per trasformare una data storicamente verosimile in un’incongruenza cronologica.
Carattere leggendario voluto: la data potrebbe essere stata deliberatamente collocata in un tempo ab antiquo per conferire al testo un’aura di antichità remota, indipendentemente dalla coerenza biografica.
L’edizione qui presentata adotta la lezione ASDBg 219 (CCCCXXVIIII = 429) come lectio del testimone-base, registrando le varianti delle altre famiglie nell’apparato.